l’uomo volante di Polanski.
“cosa autorizza la mia testa a dirsi me?” (Roman Polanski ne "l’Inquilino del terzo piano").
Ecco l’interrogativo che monsieur Trelkowski\Polanski si pone quando è ormai definitivamente ubriaco, e quindi in grado di capire esclusivamente che il suo cervello non può avere la meglio sui sensi. I sensi che Isabel Adjani\Stella sta cominciando a coccolare, svestendolo, mentre lui si è abbandonato sul letto. Trelkowski è appena riuscito a ricordare di un tizio che aveva perso un braccio in un incidente e aveva voluto far seppellire l’arto. Si chiede allora quand’è che un uomo può ancora definirsi tale: “me e il mio braccio… me e le mie due braccia… me e il mio intestino, ammesso che me lo si possa asportare… ma se mi si toglie anche la testa, dirò: me e la mia testa? Cosa autorizza la mia testa a dirsi me?”
Avicenna, filosofo e medico persiano dell’undicesimo secolo, addusse un argomento pre-cartesiano (il cogito, ovvero il salto dal pensare all’essere, per la verità già presente anche in Anselmo d’Aosta)per dimostrare la separazione fra anima e corpo: quello dell’”uomo volante”. Cito Jean jolivet, allievo dell’eminente tomista Etienne Gilson, sui saggi e manuali del quale studiai la filosofia e la teologia dei medievali all’università: “Immaginiamo un uomo sospeso in uno spazio indifferenziato, con tutte le parti del corpo isolate le une dalle altre, in modo che non possa ricevere nessuna percezione dai suoi sensi: non avrebbe minore consapevolezza della sua esistenza” (J. Jolivet, La teologia degli arabi, Jacabook).
Ma Trelkowski\Polanski si “danna” davvero l’anima (modo di dire davvero singolare, quasi un ossimoro, perché sembrerebbe che effettivamente, l’anima, dannandosi, non potrebbe essere separata da ciò che c’è di più sensibile e assimilabile al movimento: la vivacità corporea): “ cosa autorizza la mia testa a dirsi me”.
La realtà di Trelkowski è che sta impazzendo, sta cadendo nel delirio paranoico. “l’enfer, c'est les autres”, gli altri, parafrasando Sartre. Gli altri che lo giudicano, ne storpiano il cognome, lo indagano, lo scrutano e lo vorrebbero allineato, silenzioso. I vicini di casa che vorrebbero l’inquilino Trelkowski (uno straniero) simile alla precedente inquilina: Simone Choule, quella Simone Choule che si è buttata dalla finestra, suicidandosi. E i temi esistenzialisti, sartriani, infatti non mancano: il salto dal pensare all’essere, tutto idealista, platonico, cartesiano, non può esserci. Trelkowski è uno in mezzo agli altri e l’inferno sono gli altri. Non esiste nessun iperuranio che può salvarlo, nessun mondo ideale: solo con se stesso e la sua follia che divampa e gli fa dire che la sua testa, la sua anima, non sono “nobili”, ma corrotte. Trelkowki esiste, non “è”. Noi esistiamo e non “siamo”. Esitiamo qui e adesso e non siamo idee incorruttibili ed eterne. Esiste Trelkowski: non la “trelkowskità”. La trelkowskità non soffrirebbe e non impazzirebbe, ma Trelkowski sì, egli impazzisce e replica Simone: si uccide gettandosi dalla finestra, vestito come Simone, da donna, truccato e con una parrucca femminile.

È l’eterno ritorno del corpo, non dell’anima. Nessuna apocastasi, ovvero nessun miglioramento di anima in anima, secondo la dottrina che uno dei primi teologi medievali, Giovanni Scoto (in odore di eterodossia) avrebbe tratto dal neoplatonismo e dai sincretismi orientaleggianti dell’epoca che lo aveva preceduto. Tutto sa di organico, materico e ben poco di spirituale nell’ennesimo delirio claustrofobico di Polanski. Infatti Trelkowski trova un dente umano conficcato nella parete della stanza prima appartenuta a Simone. Simone ora ridotta a mummia, completamente fasciata in ospedale, quell’ospedale dal cui letto lei caccia un urlo munchiano. L’urlo dell’esistenza. Un’esistenza che si replica all’infinito, come i motivi egizi presenti lungo tutto il corso del film (la mummia stessa rimanda alle simbologie egizie) e che evocano la reincarnazione, quella di una morale capovolta, umana, nietzschiana, esistenziale, a volte davvero sadiana, mai ideale.

Alla fine Trelkolwski vede se stesso che va all’ospedale a trovare se stesso e se stesso che caccia lo stesso urlo che era appartenuto a Simone. Eterna dannazione dell’anima aggregata e dannata con un corpo fasciato e mummificato nell’eterno ritorno dell’esistenza, materica, organica, eppure misteriosa; molto più di quell’anima che l’idealista metterebbe al centro di tutto e con la quale risolverebbe tutto. Il corpo nasconde segreti che l’anima si danna a carpire, sempre che l’anima esista davvero e non sia un’emanazione del corpo, un suo succedaneo, un suo “vapore”, un prodotto sovrastrutturale buono per comporre suicidi.
(Philippe Sarde, geniale compositore già ne "La grande abbuffata" di Marco Ferreri, qui nel tema de "L'inquilino del terzo piano", in inglese "the Tenant")





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